L’Autorità garante per la protezione dei dati personali è intervenuta in materia di test sierologici sul posto di lavoro, pubblicando due Faq (Frequented Asked Question) specificamente dedicate sul proprio sito istituzionale.

Quello in oggetto rappresenta un autorevole chiarimento di indirizzo in un tema di non facile definizione quale il bilanciamento tra due interessi fondamentali degli individui: da un lato il diritto alla salute e il contenimento dell’emergenza sanitaria attuale e dall’altro il diritto alla protezione dei dati personali, quale cardine del diritto alla riservatezza e tutela della dignità e libertà della persona.

In particolare, un intervento specifico sul tema permette la più corretta implementazione delle misure contenute nel “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” in vista della piena ripresa delle attività economico-produttive nella cd. “Fase 2” appena iniziata. Tale documento, né nella versione originaria del 14 marzo, né nella successiva integrazione del 24 aprile scorso, come poi espressamente richiamato all’art. 2, co. 6, DPCM 26/04/2020 ed inserito quale allegato 6), faceva menzione dei test sierologici.

Una crescente promozione e proposta commerciale da parte di operatori ed aziende sanitarie rendeva di non agevole costruzione la più corretta procedimentalizzazione e definizione di responsabilità nell’effettuazione dei test in oggetto, a tutela sia della salute della popolazione aziendale, sia della compliance del Titolare nella delicata gestione della cd. sorveglianza sanitaria attuata per il tramite del Medico competente.

Il test in oggetto costituisce infatti un trattamento di “dati idonei a rivelare lo stato di salute dell’interessato” (categorie particolari di dati di cui all’Art. 9, Regolamento (UE) 2016/679, ex dati sensibili).
Le Faq citate forniscono indicazioni per un corretto trattamento dei dati personali da parte di pubbliche amministrazioni e imprese private e chiariscono i presupposti per l’effettuazione dei test sierologici per il Covid-19 sul posto di lavoro.

Il Garante ha specificato, in particolare, che, nell’ambito del sistema di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro o di protocolli di sicurezza anti-contagio, il datore di lavoro può richiedere ai propri dipendenti di
effettuare test sierologici solo se disposto dal medico competente o da altro professionista sanitario in base alle norme relative all’emergenza epidemiologica. Solo il medico del lavoro infatti, nell’ambito della sorveglianza sanitaria, può stabilire la necessità di particolari esami clinici e biologici. E sempre il medico competente può suggerire l’adozione di mezzi diagnostici, quando li ritenga utili al fine del contenimento della diffusione del virus (cfr. par. 12 del Protocollo condiviso tra il Governo e le Parti sociali aggiornato il 24 aprile 2020), nel rispetto delle indicazioni fornite dalle autorità sanitarie, anche riguardo alla loro affidabilità e appropriatezza.
In tal senso, preme precisare che i test sierologici rappresentano test epidemiologici, non diagnostici, come confermato nella Circolare del Ministero della Salute del 29 aprile 2020 avente ad oggetto: “Indicazioni operative relative alle attività del medico competente nel contesto delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2 negli ambienti di lavoro e nella collettività”, ove è disposto che “I test sierologici, secondo le indicazioni dell’OMS, non possono sostituire il test diagnostico molecolare su tampone, tuttavia possono fornire dati epidemiologici riguardo la circolazione virale nella popolazione anche lavorativa. Circa l’utilizzo dei test sierologici nell’ambito della sorveglianza sanitaria per l’espressione del giudizio di idoneità, allo stato attuale, quelli disponibili non sono caratterizzati da una sufficiente validità per tale finalità. In ragione di ciò, allo stato, non emergono indicazioni al loro utilizzo per finalità sia diagnostiche che prognostiche nei contesti occupazionali, né tantomeno per determinare l’idoneità del singolo lavoratore”.

Resta fermo che le informazioni relative alla diagnosi o all’anamnesi familiare del lavoratore non possono essere trattate dal datore di lavoro (ad esempio, mediante la consultazione dei referti o degli esiti degli esami), salvi i casi espressamente previsti dalla legge. Il datore di lavoro può, invece, trattare i dati relativi al giudizio di idoneità alla mansione specifica e alle eventuali prescrizioni o limitazioni che il medico competente può stabilire come condizioni di lavoro.
Le visite e gli accertamenti, anche ai fini della valutazione della riammissione al lavoro del dipendente, devono essere posti in essere dal medico competente o da altro personale sanitario, e, comunque, nel rispetto delle disposizioni generali che vietano al datore di lavoro di effettuare direttamente esami diagnostici sui dipendenti.
Resta fermo che i lavoratori possono liberamente aderire alle campagne di screening avviate dalle autorità sanitarie competenti a livello regionale relative ai test sierologici Covid-19, di cui siano venuti a conoscenza anche per il tramite del datore di lavoro, coinvolto dal dipartimento di prevenzione locale per veicolare l’invito di adesione alla campagna tra i propri dipendenti.

I datori di lavoro possono offrire ai propri dipendenti, anche sostenendone in tutto o in parte i costi, l’effettuazione di test sierologici presso strutture sanitarie pubbliche e private (es. tramite la stipula o l’integrazione di polizze sanitarie ovvero mediante apposite convenzioni con le stesse), senza poter conoscere l’esito dell’esame.

Si suggerisce quindi di valutare assieme al medico competente l’eventuale obbligatorietà di sottoposizione al test da parte del personale dipendente, che, ad oggi non pare riscontrabile. Se anche il medico del lavoro conferma che trattasi di test non obbligatorio, bensì facoltativo, lo stesso potrà essere somministrato (previa consultazione delle RSA, costituzione Comitato di cui al Punto 13 del Protocollo) solo previa informativa al personale dipendente.
Il dato sanitario sarà trattato esclusivamente dal medico competente, titolare autonomo del trattamento, e competente in materia e che dovrà fornire/acquisire il “consenso informato”.

In via prudenziale, stante la delicatezza della questione ed ancora in via di evoluzione, si ritiene opportuno comunque che un’adeguata informativa sul trattamento sia predisposta anche da parte del Titolare del trattamento, da concordare nei contenuti a seconda delle informazioni che verranno fornite dal medico all’esito del test, con previsione della raccolta del consenso (consenso privacy).

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